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Intervista a Giuseppe Aloe

Giuseppe AloePotremmo definirlo un noir esistenziale. “Lo splendore dei discorsi”, l’ultimo romanzo di Giuseppe Aloe edito da Giulio Perrone, ha riscosso ampi consensi. Noi di Libriblog siamo riusciti a intervistare l’autore in occasione della presentazione del libro alla Feltrinelli di Milano. Nato a Cosenza nel 1962 ma milanese d’adozione, Giuseppe Aloe considera la scrittura come una specie di ossessione:

“Ogni scrittore, valido o meno, è un maniaco esibizionista- sostiene- Può resistere ma alla fine è costretto a scoprirsi, a rendere pubblico ciò che scrive. Io scrivo da sempre, ma gli editori per anni hanno respinto i miei lavori. Hanno fatto bene: non erano lavori degni di pubblicazione”

Cosa rende un lavoro letterario degno di essere pubblicato?

“Deve affrontare problemi esistenziali, filosofici, estetici, con il coraggio di un punto di vista personale. Non bisogna porsi come epigoni di altri autori, ma sforzarsi di trovare un proprio stile. Questo marca il passaggio dallo sfogo personale all’opera letteraria, un processo indispensabile per dirsi scrittori. Altrimenti si finisce con l’invadere le case editrici con manoscritti che non valgono nulla. Ho lavorato a lungo come editor e devo ammettere che nell’enorme quantità di proposte  pervenute sono davvero poche quelle realmente valide…”

Alcuni hanno definito Lo splendore dei discorsi un noir. Sei d’accordo con questa definizione?

“Non lo definirei propriamente un noir, anche se la costruzione narrativa e la trama richiamano il noir a livello di stesura perché è un genere che consente un ritmo di lettura elevato. I libri vanno letti velocemente. Come un’iniezione: non deve fare male al momento, gli effetti del liquido iniettato devono arrivare dopo e più durano gli effetti, più il romanzo è efficace. Un romanzo letto in poco tempo si presta anche a essere riletto, il che consente sempre di scoprire nuovi punti di vista, nuovi livelli di lettura”.

Il protagonista del romanzo è diviso tra l’impulso a uccidere e una razionalità che appare quasi necessaria.  Cita il termine Schadenfreude, letteralmente “il piacere basato sulla disgrazia altrui”, per descrivere la sensazione di male assoluto che lo pervade. Come si conciliano questi due universi in un unico individuo?

“Lui è un ingegnere. Una persona estremamente razionale, spinta a cercare sempre una consequenzialità nelle cose. Ma dopo le tragedie che gli accadono, mette alla prova questa geometria delle azioni iniziando ad uccidere gli altri. Gli resta comunque una quota di umanità, che nel romanzo è simboleggiata dal ragazzo Kafka”.

Altro personaggio estremamente enigmatico. Come mai l’omaggio a Kafka?

“E’ uno degli autori che amo di più. Però il ragazzo Kafka è più di una metafora: l’ho incontrato davvero, e proprio su una spiaggia, come accade nel romanzo. Ho realizzato subito che non somigliava a Kafka adolescente: era Kafka adolescente. Un’immagine che è rimasta a lungo dentro di me”.

Eppure l’atmosfera del romanzo è spesso kafkiana. Anche nell’ossessiva riduzione all’essenzialità della realtà che investe il protagonista.

“L’ingegnere guarda la realtà e pensa che se corrispondesse davvero ai suoi disegni, ai suoi progetti su carta, tutto sarebbe perfetto. Nel disegno di un palazzo non c’è ruggine sui cancelli. Il suo istinto di uccidere in fondo è un modo di ristabilire l’ordine”.

Il protagonista può essere inteso come un simbolo sociale?

“E’ piuttosto la metafora di un dolore. La rappresentazione di quello che accade quando crolla l’idea della vita come narrazione mitologica e ci si ritrova da soli dinanzi a una realtà insospettata. La mia attività letteraria segue un preciso programma di scrittura, è l’indagine letteraria delle 3 grandi ossessioni dell’uomo: follia, dolore, amore. Ne aggiungo una quarta, l’infanzia, che spesso gli adulti vivono come un’ossessione”.

E’ interessante il tuo modo di descrivere la malavita. Pensi davvero che la vanità sia alla base di ogni attività criminale?

“Ho studiato a lungo la mafia e le sue dinamiche. Inoltre, ho vissuto per molti anni a Cosenza e mi è capitato spesso di vederli passeggiare per strada i malavitosi: sono pavoni, nient’altro che pavoni dotati di un ego dalle proporzioni gigantesche. E’ per comprovare la loro superiorità che arrivano a commettere crimini, addirittura ad uccidere. Il loro motore primo è la vanità, la vanità biblica. Un sistema che riguarda tutti ma che nel loro caso ha uno stacco in più”.

Dal tuo romanzo “Non è successo niente” (Giulio Perrone) è stata tratta una pièce teatrale. Come hai vissuto la trasposizione del tuo romanzo al palcoscenico?

“E’ opere del bravissimo attore e sceneggiatore Mauro Lo Verde, io non ci ho messo mano. E sono entusiasta del risultato, è un’opera teatrale di grande livello”.

Tratta la dimensione della follia. Un argomento scomodo…

“La follia è il palazzo dell’inquietudine. L’avanguardia dei nostri pensieri. Io ci sono entrato, e ne sono uscito, ma so che rimane sempre lì, a portata di mano. Per tutti”.

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L'autore minu:
Minù in realtà si chiama Manuela Cuadrado. E' una giornalista ma giura che è capitato per caso: il suo sogno era aprire una pasticceria letteraria dove servire Proust e madeleine. Scrive poesie e racconti sulle tovagliette di carta dei bar e se quel che ha scritto non le piace ci sbriciola sopra. Viaggia molto: ha frammenti di vita disseminati dovunque e la testa e la casa perennemente in valigia.

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