La Beat Generation, corrente letteraria e culturale nata in America nel corso degli anni Cinquanta, rappresenta un’inconsueta forma di ribellione nei confronti della società conformistica del secondo dopo guerra: è una generazione stanca, battuta, senza la speranza di poter lasciare qualcosa al mondo contemporaneo.
“La Beat Generation è un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo” (Jack Kerouac)
Come suggerisce l’Enciclopedia della letteratura Garzanti, il termine Beat Generation fu usato per la prima volta da un giornalista del New York Times nel 1952.
La parola beat ha il doppio significato di ”generazione attiva” o di ”urto pulsante”, che rimanda all’origine jazzistica del termine, e insieme di ”generazione sofferta”, che si sentiva vittima di una condizione in cui era costretta a vivere.
Gli Beats erano i “battuti”, gli sconfitti, definiti così in senso dispregiativo in riferimento alla loro presunta instabilità, all’uso frequente di alcool e marijuana, al disprezzo per l’ordine statuito.
In realtà, i beats non furono battuti né vinti. Andarono avanti incoraggiandosi a vicenda, trovando sostegno l’uno nell’altro, rifiutando quella pubblicità negativa che li voleva ad ogni costo annientare: “Beat – diceva Kerouac – vuol dire beatitudine, non battuto”.
Gli autori beat ripresero e amplificarono i temi della contestazione giovanile della loro epoca che, partendo da una critica radicale nei confronti della guerra del Vietnam, si estesero all’intero sistema americano, mettendo in discussione la segregazione razziale dei neri, la condizione subordinata della donna, le discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale.
In Italia fu Fernanda Pivano, con le sue traduzioni, a far conoscere e diffondere la cultura Beat: attraverso le sue traduzioni ‘l’atto del tradurre’ diviene un gesto di creazione e non di pura riproduzione.
L’inizio della sua carriera letterale risale al 1943 con la pubblicazione per Einaudi della sua prima traduzione della Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, sotto la guida di Cesare Pavese e traduce il romanzo di Ernest Hemingway Addio alle armi per il quale sarà arrestata.
Fernanda Pivano, oltre ad essere stata amica degli autori beat, ha scritto diverse prefazioni alle loro opere pubblicate nel nostro Paese.
Durante gli anni Sessanta, la casa milanese della Pivano era considerata un punto di riferimento per tutti coloro appartenenti al movimento beat.
È stata proprio lei, nell’ottobre 1966, a suggerire al poeta Vittorio di Russo il titolo di “Mondo Beat”, la prima rivista anticonformista italiana.
Ben presto, la rivista diventa la voce del movimento dei “capelloni”, i quali danno origine ad una libera comunità alla periferia di Milano con la tendopoli di via Ripamonti.
La stampa, però, incomincia a denunciare il fenomeno Beat, accusando ‘gli inquilini’ della tendopoli di rappresentare un serio pericolo per la città a causa delle precarie condizioni igieniche, oltre al fatto che trasgredivano le regole della moralità diffondendo il libero amore.
Il 12 giugno 1967 la tendopoli di via Ripamonti viene sgomberata dalla forze di Polizia e rasa al suolo dagli operatori comunali del SID (sevizio immondizia domestica), intervenuti con i lanciafiamme. Molti degli occupanti vengono fermati ed allontanati dalla città con foglio di via. Dopo l’uscita del n. 5, luglio 1967, anche “Mondo Beat” cessa le pubblicazioni.
Tra i poeti beat italiani, ancora in attività, ricordiamo Gianni Milano.


