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L’urlo: da libro a film beat

La locandina del film

1955: alla Six Gallery di San Francisco, l’allora giovane e sconosciuto Allen Ginsberg recita per la prima volta in pubblico i versi del suo L’urlo, il poema che sarebbe diventato il manifesto della cultura Beat americana.

In seguito alla pubblicazione del libro, l’editore Lawrence Ferlinghetti sarà accusato e processato per pubblicazione di contenuti osceni e indubbio valore letterario dell’opera.

Il film di Rob Epstein e Jeffrey Friedman, scelto come film d’apertura all’ultimo Sundance, prende le mosse da questi accadimenti storici per costruire un biopic intenso e originale.

La narrazione si articola su quattro piani, cui corrispondono quattro stili cinematografici diversi.

Il primo, dal taglio documentaristico, è l’intervista al poeta, incarnato da un timido e intenso James Franco.

C’è poi la drammatizzazione del processo, affidato a un sempre impeccabile Jon Hamm (il protagonista della serie tv Med men), l’avvocato difensore che incalza pedanti esperti di letteratura – e i loro sterili criteri di vivisezione delle opere – mentre persegue tenacemente la difesa del valore della libertà d’espressione contro l’arbitrarietà di ogni metro censorio.

La rappresentazione degli anni giovanili di Ginsberg, dal suo amore non corrisposto per Kerouac all’esperienza in manicomio, fino all’approdo a San Francisco, è affidata a un bianco e nero ritmato dalle note jazz che restituisce, senza mitizzarlo, il sapore di quegli anni di grande fermento.

E, infine, le animazioni in digitale che accompagnano le visioni deliranti e oniriche del poema stesso con effetti di grande trasporto lirico.

Un pastiche quindi che però non scade in uno sterile esercizio di stile, ma mantiene vivo l’interesse per il valore simbolico del processo, per Ginsberg uomo e per il ruolo, quasi inconsapevole, da lui assunto di cantore di quella Beat Generation che definiva “solo un gruppo di persone che cerca di farsi pubblicare”.

(a cura di Luisa Giannitrapani)

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1 risposta a “L’urlo: da libro a film beat”

  1. Domenico scrive:

    Abbiamo visto L’urlo diretto da Rob Epstein, Jeffrey Friedman.
    Finalmente un buon film, ottima sceneggiatura, originale regia, montaggio creativo, splendida fotografia, ottime la scenografie e i costumi, perfetto il cast. Film che si basa in fin dei conti sulla poesia di Allen Ginsberg Howl (“Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, morir di fame isteriche nude strascicarsi per strade negre all’alba in cerca di una pera di furia…”). Poesia manifesto (come On the road in narrativa) di una generazione, metropolitana, colta, cool, anticipatrice degli Anni Sessanta; che molti ritengono il movente fondativo della Beat Generation, gruppo esistenzial-creativo che ha preso il posto della Lost Generation di Hemingway e Scott Fitzgerald. Avevano tuttavia poco in comune – come dice giustamente nel film Ginsberg – tranne l’idea del viaggio, le droghe e la vita beatnik. Infatti cosa hanno in comune, tranne la conoscenza o l’amicizia autori come Ginsberg, Kerouac, Corso, Ferlinghetti o Borrounghs? Strana la nascita della parola ‘beatnik’, inventata dal giornalista Herb Caen in un suo articolo del 1958 sul San Francisco Chronicle come termine denigratorio per i membri della Beat Generation come gioco di parole con il satellite sovietico Sputnik per rilevare la distanza dei beat dalla società corrente e per il fatto che erano in odore di simpatie comuniste in un’epoca in cui c’era ancora la Commissione McCarthy con la sua caccia alle streghe che perseguitava gente come John Huston, Humphrey Bogart, Charlie Chaplin, Bertold Brecht, che mandava a morte per spionaggio i coniugi Rosemberg e che vedeva comparire sulla scena politica un personaggio come Richard Nixon.
    Il film gira intorno alla poesia Howl ed è diviso in tre blocchi sapientemente scritti, montati e intrecciati: l’intervista che dà Ginsberg a un giornalista fuori campo in cui parla della sua giovinezza e la sua evoluzione come poeta fino a giungere al concretizzare della sua poesia più famosa come valore di testimonianza di una generazione; nel secondo blocco si vede Ginsberg recitare alla Six Gallery di San Francisco la sua poesia per la prima volta e la recita è intervallata da disegni colorati come se si fosse in una partitura jazz; il terzo blocco è il processo per oscenità che subisce il suo editore Lawrence Ferlinghetti con l’analisi del testo da parte di avvocati e professori universitari.
    I due documentaristi Epstein e Friedman (già autori di due documentari The Celluloid Closet e Paragraph 175) utilizzano con Urlo gli strumenti del documentario per una fiction elegante, accurata e colta, costruiscono su frammenti discontinui e paralleli come fosse un brano jazz un’opera originale e impervia anche se non sempre tesa.

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