Natascha Kampusch è un nome che ormai si è impresso nella nostra memoria per sempre, il nome di una bambina austriaca che un giorno mentre si recava come ogni mattina a scuola è stata rapita e costretta a subire anni di violenze. L’aguzzino di Natascha si chiamava Wolfgang Prikoplil, un uomo che inizialmente aveva costretto la bambina a fare le faccende di casa ogni giorno completamente nuda e che in seguito, quando la bambina era ormai sulla strada dello sviluppo e si stava trasformando in una donna, avrebbe abusato più volte di lei. Natascha Kampusch ha subito queste e molte altre sevizie per ben 8 anni, una prigionia che sembrava infinita ma dalla quale poi è finalmente riuscita a fuggire. Poco dopo la sua fuga Wolfgang Prikoplil si è ucciso gettandosi sotto le ruote di un treno.
Quella di Natascha Kampusch è una storia terribile ed incredibile allo stesso tempo, una storia che ci fa comprendere quanto terrificanti possano essere le azioni dell’uomo, sino a che punto la mente umana è in grado di spingersi, una storia raccontata in prima persona da una ragazza che ha avuto il coraggio di resistere e che non ha mai perso la speranza di riuscire un giorno a liberarsi da quella prigionia, una storia che possiamo leggere nel dettaglio nel suo libro “3096 giorni” edito dalla casa editrice Mondadori.
Tutto sembra concludersi con questo libro, la verità è lì tra quelle pagine, Natascha è salva e il suo aguzzino morto. In realtà invece il caso del suo rapimento è ancora aperto, ancora non sono stati chiariti alcuni elementi e ci sono molti dubbi che aleggiano sulla versione che Natascha ha fornito ma anche sulla versione che è stata offerta dagli inquirenti.
A quanto pare infatti gli inquirenti avrebbero tenuto nascosti alcuni indizi importanti riguardanti la morte di Wolfgang Prikoplil. Secondo il portale svizzero 20 Minuten sembra infatti che sul suo corpo non siano stati in realtà trovati segni del treno che lo avrebbe investito, il suo corpo risulta anzi del tutto intatto. C’è un’ipotesi che aleggia nell’aria da un po’ di tempo, potrebbe essere stata una terza persona ad uccidere Prikoplil e ad inscenare poi il suo suicidio per cercare di nascondere nell’oblio alcuni fatti riguardanti la prigionia di Natascha che potrebbero ancora oggi non essere stati divulgati neanche da lei.
Una terza persona quindi, ma chi? Dobbiamo ricordare che l’unica testimone del rapimento che all’epoca aveva dodici anni ha sempre affermato di aver visto due rapitori e non uno soltanto come invece Natascha afferma. La testimone racconta inoltre come le siano state fatte molte pressioni affinché arrivasse a smentire la sua versione e che sono molte le bugie raccontare proprio dagli inquirenti oltre che dalla stessa Natascha.
Forse Natascha è stata ricattata, forse ha paura, forse non ricorda quello che è accaduto. Ma gli inquirenti, loro che giustificazione hanno? Chi stanno coprendo e perchè?
In realtà però la versione di Natascha non convince anche per altri motivi. In molti infatti credono che non sia stato un caso che Natascha sia riuscita a liberarsi proprio al compimento del suo diciottesimo anno di età. Natascha avrebbe potuto infatti senza difficoltà riuscire a chiedere aiuto anche prima ma non ci ha minimamente pensato, perché? La situazione che Natascha viveva prima del suo rapimento non era di certo migliore rispetto a quella che ha vissuto in seguito. La madre infatti la picchiava ripetutamente, la castigava e le scattava anche molte fotografie oscene, una madre insomma che non amava sua figlia per non parlare poi del padre che non ha voluto neanche riconoscerla dandole il suo cognome. Nastascha viveva nel terrore giorno dopo giorno e non si sentiva amata ed è quindi possibile che dopotutto quel rapimento le avesse offerto uno stile di vita migliore seppur intriso di violenza ed abusi e che attendere l’anno della maggiore età per fuggire sia stata una sua idea, un modo per riuscire non solo a fuggire dal suo aguzzino ma anche dalla sua famiglia, un modo per poter finalmente vivere. Una tesi che getta molti dubbi su ciò che la ragazza ha raccontato ma che dopotutto troviamo giustificabile, un comportamento comunque coraggioso sorto in una bambina che ha fatto di tutto solo per riappropriarsi della propria vita.


