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L’eleganza del riccio

L'eleganza del riccio

  • Titolo: L'eleganza del riccio
  • Autore: Muriel Barbery
  • Editore: E/O
  • ISBN: 9788876417962
  • Pagine: 384
  • Prezzo: € 18,00

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“L’eleganza del riccio” è il secondo romanzo di Muriel Barbery. Grazie ad un passaparola che può essere considerato un fenomeno davvero incredibile il libro è diventato subito un vero e proprio caso letterario prima in Francia, dove ha vinto anche il Premio dei Librai, e successivamente in ogni parte del mondo tramutandosi ben presto in un best seller. Dal libro è stato tratto anche il film “Il riccio” del 2009 ad opera della regista Mona Achache.

Siamo a Parigi in un elegante palazzo situato in Rue de Grenelle al numero 7 abitato da persone snob, altezzose e amanti del lusso. Renée sembra incarnare alla perfezione il clichè della portinaia che la vuole grassa, poco curata nel suo aspetto, teledipendente e con un carattere poco socievole. In realtà quella di Renée è solo apparenza. è una donna di vasta cultura che ama leggere autori del calibro di Marx, Proust, Kant o Husserl e che ha ottimi gusti non solo in fatto di letteratura ma anche di musica, film e arte. Nessuno però conosce questo suo lato che Renée decide di tenere ben nascosto al mondo proprio per conformarsi a quel clichè dal quale però si sente imprigionata.

La vita di Renée si intreccia ben presto con quella di una ragazzina del palazzo, Paloma, tredici anni e una mente brillante e geniale. Anche Paloma è immersa nella finzione. Mostrando al mondo solo il suo lato adolescenziale Paloma tiene per sè le riflessioni brillanti e la sensibilità che la contraddistinguono, tanto forte quest’ultima da averle fatto pensare al suicidio.

Questi due personaggi scorrono paralleli per tutte le pagine sino a quando non entrano in contatto tra loro anche grazie ad una terza figura, quella di Monsieur Kakuro Ozu, un uomo raffinato, colto e soprattutto capace di vedere ciò che si nasconde dietro le apparenze.

Le voci dei personaggi di Renée e di Paloma si differenziano non solo per i diversi modi di esprimersi ma anche visivamente per i diversi caratteri utilizzati. La voce di Paloma è tipografica e spesso risulta purtroppo un pò pedante. Questo personaggio non sembra sempre essere calibrato nel modo giusto all’interno della cornice del romanzo. Nonostante questo la narrazione scorre velocemente e riesce a funzionare grazie soprattutto al personaggio di Renée. Questa stravagante portinaia ha una voce colta e semplice al contempo con quel velo di ironia e di autocritica che la rendono capace di entrare nel cuore di chiunque.

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3 Risposte a “L’eleganza del riccio”

  1. Towandaaa scrive:

    Questo romanzo ha suscitato in me molte perplessità. Fondamentalmente mi sfugge l’intento dell’autrice: voleva scrivere un romanzo con funzione divulgativa della filosofia ? Se questo è il caso, ben altri sono stati i risultati di Jostein Gaarder con i suoi lavori (in particolare “Il mondo di Sofia” ma anche gli altri) o di Luciano De Crescenzo (sebbene quest’ultimo presenti un taglio più saggistico, pur se con un tono di semplicità scanzonata che me lo fa apprezzare molto). Oppure voleva usare la formula del romanzo solo come espediente per fare sfoggio della propria cultura filosofica (ma anche letteraria, pittorica, cinematografica) ? Se questo è il caso, l’approccio scelto è quello più sbagliato: secondo me tendere a nascondere (invano) la pedanteria dietro a banalizzazioni (basti pensare al test della susina mirabella) porta ad un risultato ancora più irritante, perché si percepisce che è lo smisurato narcisismo che spinge l’autrice a “giocare”, quasi facendosene beffe, con i grandi filosofi e i loro pensieri. Preciso che non sono né una filosofa né una studiosa di filosofia, quindi il fastidio che ha suscitato in me questa lettura non è riconducibile né ad un intento di difesa della “casta” né ad una mia opinione diversa o contraria sui temi affrontati: è solo una questione di modi e di misura, e trovo che siano stati travalicati entrambi.
    Coerentemente a questa mia impressione (maturata quando ancora ero a un quarto della lettura) avrei dovuto abbandonarla. Incoerentemente invece ho voluto proseguire, pensando che forse avrei potuto perdermi una interessante metamorfosi in queste due antipatiche protagoniste, di età ed estrazione sociale molto diverse, ma così simili nei loro pensieri ed atteggiamenti (più volte mi sono chiesta se la ragione dell’aspetto grafico distinto tra le pagine dedicate a Renée e quelle dedicate a Paloma sia proprio quella di agevolare il lettore nel compito di individuare, in un dato momento, quale delle due si sta parlando addosso). In parte la mia costanza è stata premiata, perché qualcosa di migliore nel finale si trova, ma nel complesso la mia opinione su questo romanzo non è positiva.
    Paloma mi è apparsa troppo “caricata” e quindi poco credibile, anche partendo dall’assunto che si tratti di una bambina prodigio, e anche considerando che, con l’entourage familiare che si ritrova, qualche nota “bizzarra” era normale l’avesse.
    Renée mi è apparsa troppo impegnata nel gioco di dissimulare la propria cultura, e troppo compiaciuta nel ripetere fino alla nausea di essere una autodidatta. E’ vero che alla fine si scopre il motivo di tale ostinazione, e Renée si ricrede (anche se in extremis), in un modo che la rende un po’ più vera (così come succede a Paloma), ma a mio giudizio le proporzioni tra i due “momenti” dovevano essere invertite, per rendere più gradevole la lettura e dare maggiore sviluppo al tema della presa di coscienza, che nell’economia complessiva del libro risulta un po’ sacrificato.
    La tecnica dell’alternanza dei capitoli, dedicati ora all’una ora all’altra protagonista (in sé non originale ma comunque foriera di ben altri risultati in altri libri – per citarne solo uno : “La storia dell’amore” di Nicole Krauss, b-e-l-l-i-s-s-i-m-o !) in astratto mi piace, ma sono anche piuttosto esigente riguardo all’uso che se ne fa: se il filo conduttore si riduce ad una occasionale coincidenza di argomenti, come in questo caso, ed il risultato è quello di spezzare letteralmente il già flebile impianto della trama, come in questo caso, allora non fa per me.
    Lo sviluppo delle vicende si “increspa” solo occasionalmente, ci sono alcuni episodi piuttosto brillanti e anche divertenti (come la seduta di Paloma dall’analista), ma non bastano a reggere l’architettura di un libro di oltre 300 pagine, che non può nemmeno “appoggiarsi” sull’impianto stilistico, dal momento che il linguaggio è sì molto forbito e anche elegante, ma suscita l’impressione di essere artificiosamente costruito oltre i limiti che separano una prosa ricercata ma bella da un mero sfoggio autocelebrativo.
    In definitiva, a mio avviso, sono pochi i passi che si ricordano per la loro attinenza alla realtà e per il sentimento che lasciano trasparire (quelli che mi sono piaciuti di più sono le conseguenze che la malattia del marito di Renée ha avuto sul menage familiare e l’intimo legame di vicinanza che la donna ha percepito durante la visione di un film al cinema insieme al marito pochi giorni prima che lui morisse e la grande sintonia che Renée sente quando si trova insieme a Manuela, Kakuro e a Paloma).
    Infine: non capisco quali affinità ulteriori rispetto a quelle meramente occasionali di essere entrambi romanzi francesi di autrici esordienti o quasi e di aver vinto entrambi il Prix des Libraires a solo un anno di distanza abbiano fatto avvicinare (come si legge in molte recensioni) “L’eleganza del riccio” a “Gli effetti secondari dei sogni” di Delphine De Vigane. In quest’ultimo romanzo c’è una storia, c’è lo sviluppo di alcuni temi importanti (il disagio adolescenziale, la vita fatta di espedienti dei senza tetto, il recupero dei legami familiari), ci sono personaggi che seguono un percorso personale (di crescita e maturazione ma anche di involuzione)……….e invece, ne “L’eleganza del riccio” ? Solo qualche spunto, ma niente di paragonabile. Solo un’uniformità praticamente costante, un incedere auto compiaciuto che si estingue nel momento in cui la vicenda iniziava ad avere un po’ di spessore.

  2. stefana scrive:

    sono d’accordissimo con il commento, a me non e’ piaciuto e trovo asslutamente ingiustificato il succeso che ha suscitato. storia banale incorniciata da tanta filosofia alcune volte anche incomprensbile.mi ha ricordato molto un altro romanzo altrettanto stravenduto senza averne i numeri, “il codice da vinci”.romanzo interessante solo per le nozioni spiegate davvero in modo semplice e che catturavano la curiosita’ visto poi il soggetto al quale si riferivano la Chiesa e i suoi segreti.a parte questo ho davvero faticato a finirlo.

  3. melissa scrive:

    fa cacare sto libro

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