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- Titolo: Lettera di una sconosciuta
- Autore: Stefan Zweig
- Editore: Adelphi
- ISBN: 9788845924460
- Pagine: 83
- Prezzo: 9,00 euro
“Ieri il mio bambino è morto, e adesso mi sei rimasto solo tu al mondo, tu che di me nulla sai (…) Mi sei rimasto solo tu, tu che non mi hai mai conosciuta e che io ho sempre amato”.
Due frasi tratte da un intero paragrafo di dolore, affidato a una lettera, e da quella lettera agli occhi increduli di R., famoso romanziere viennese che proprio quel giorno compie quarant’anni. Seguono pagine e pagine di confessioni da parte di una donna senza nome, la narrazione di una vita intera “che cominciò solo nel giorno in cui ti conobbi”. Solo leggendo quei fogli R. apprende dell’esistenza di una donna sconosciuta che per quindici anni lo ha amato di un amore assoluto e totale, ma vissuto costantemente nella lontananza e in totale anonimato.
Un amore che si è nutrito di sguardi, momenti rubati e incontri sfuggenti, “perché tu ami solo ciò che è giocoso, leggero, senza peso, perché hai paura di lasciarti coinvolgere in un destino”. Del resto, Romeo e Giulietta sanno bene che è bene non far incontrare amore e nome; il risultato può essere fatale come la morte o come la fine di una storia (un’altra forma della morte, in fondo). Ma anche la scelta di restare un’immagine lontana per non evocare un più doloroso rifiuto (o una meno seducente realtà, fatta di un quotidiano a cui stanno stretti gli assoluti) conduce inevitabilmente alla caduta, accompagnata da un estatico senso di eroismo di chi ama senza freni e senza condizioni.
La sconosciuta arriva anche a rivelare un segreto a lungo trattenuto e sofferto, ma chiede perdono per questa rivelazione: quando R. leggerà le sue confessioni, lei sarà già morta. Uccisa dal male dell’anima più che da quello del corpo. Lettera di una sconosciuta è stato pubblicato per la prima volta nel 1922; forse i sentimenti descritti appaiono un po’ lontani dalla sensibilità attuale, ma ci permettono di immaginare quella passione bruciante che troviamo sempre più di rado nei nostri castelli di normalità quotidiane.


